“ Lo sapete come si chiama nel gergo borsistico dove si fa la contrattazione dei titoli ? Parco buoi. Perché cosa si fa ai buoi ? Li si porta tutti in un recinto e poi si macellano. Così hanno fatto con i piccoli risparmiatori”. Così commentava Dario Fo , in una delle sue rare apparizioni televisive, la fine della “Milano da bere” e la nascita di un qualcosa di nuovo, di diverso e di inquietante. Gli anni ’80 si chiudono sulle immagini della caduta fisica della cortina di ferro e chi ha avuto una adolescenza con lo spauracchio del missili nucleari e della Guerra fredda, brinda al nuovo corso. C’è poco da brindare invece, che morto un nemico se ne fa un altro, e gli italiano guardano sullo schermo l’ aviere Cocciolone abbattuto dalla contrarea Irakena durante la Guerra del Golfo a cui noi italiani partecipiamo in barba ai dettami Costituzionali. Ci abitueremo presto alla guerra spettacolo e alle acrobazie parlamentari per autorizzare operazioni di “Polizia Internazionale”. Ci abitueremo presto alle migrazioni dall’ Est usciti da un incubo e attratti dai nostri nani e ballerine. Ci abitueremo presto a vedere in tv dei massacri etnici a sole 5 ore di macchina dalle nostre residenze, nei posti dove andavamo in vacanza. Ci abitueremo presto perché c’è la globalizzazione e dobbiamo ragionare più in grande. Cosa vuol dire tutto ciò nel nostro quotidiano ? Vuol dire che è finita la festa, ed è finita male. Ora bisogna sudare per difendere una idea di benessere. E se si suda in casa ascoltando un Amato in versione Churcill che promette lacrime e sangue, si suda anche nelle aziende che, bastonate dalla euforia borsisitica si ritrovano cone le pezze al culo. Unipol non fa eccezione. La Compagnia và bene, produce utili, ma ha un problema: Finsoe, che la controlla ha un buco. Non è un problema da poco. Molte cooperative che sono in Finsoe hanno fatto investimenti che si sono rivelati un buco nell’acqua e annaspano per tenere il mare. Unipol stessa deve dichiarare chiusa l’esperienza finanziaria di Leasing Macchine e di Ifiro. Non sono solo soldi che sono stati dispersi, ma anche 300 dipendenti da non lasciare a terra. A questa crisi, si aggiunge, un paio di anni dopo, l’ evento gattopardiano che cambia tutto e non cambia nulla: Tangentopoli. Non è questa la sede per le analisi e nemmeno per una cronologia che prenderebbe almeno una decina di numeri del giornale. Ricordiamo solo le immagini televisive dei potenti di ieri che camminano veloci sotto gli sputi e le monetine di chi, fino a poco tempo fa, li osannava. E ricordiamo anche il filone di “Mani Pulite” che si occupava delle tangenti rosse, quelle destinate ad un PCI che Occhetto , in quel periodo, cercava di rivestire con gli abiti del nuovo scenario. I partiti storici ,Democrazia Cristiana e Partito Socialista Italiano, si dissolvevano sotto i mandati di cattura. E l’altro grande partito ? Innocente ? Un magistrato, Oddone Nordio (tra l’altro anticomunista viscerale e dichiarato), puntò la preda e calò a più riprese in Unipol facendo fare straordinari (non pagati) a chi si occupava di sinistri e in particolare quelli delle feste dell’ Unità. Le uniformi in Unipol non erano una novità: diverse volte (a seconda dei venti politici dicevano i vecchi oberdaniani…) le divise della Guardia di Finanza erano di casa. Ma stavolta era diverso, nei metodi, nei modi, nell’ accanimento. Di fatto non emerse alcuna responsabilità a carico di Unipol. Tutti avevano fatto il loro mestiere di assicuratori senza guardare in faccia ai partiti di riferimento della Lega e nonostante che il Presidente della Unipol , Enea Mazzoli, avesse la tessera del partito più colpito dagli scandali (e permettetemi una digressione tutta mia, da dipendente che ha vissuto quegli anni e vuole esternare una seppur tardiva ammirazione per un uomo, Mazzoli appunto, che ha avuto i coglioni di saper proteggere una Azienda che induceva in tante tentazioni).
In quegli anni altri nomi si fanno strada. Il binomio Consorte – Sacchetti sostituirà, negli immediati anni a venire quello di Mazzoli- Zambelli. L’ uno, proveniente dalla ristrutturazione delle Coop di consumo, diventa, nel 1990, amministratore delegato e, nel 1996 Presidente e porta, alle soglie del duemila, una Compagnia con 815 miliardi di debiti e 100 di perdite (seppure in lire) ad essere la quinta Compagnia assicurativa sul difficile mercato assicurativo italiano. E il tutto senza licenziamenti. L’altro si pone come l’uomo della continuità. Con un passato da liquidatore sul territorio reggiano, figlio di un ex partigiano presidente delle Cantine Riunite (e verso cui i reggiani nutrono un sentimento quasi equamente diviso tra affetto e odio dopo il fallimento di queste…), incarna il perfetto “pard “ dell’ Ingegnere bocconiano e abruzzese per portare la Compagnia della Lega fuori dalle sacche economiche e a rilanciarla anche grazie ad un gruppo dirigente, spesso francamente antipatico e indisponente ma capace di operare nel campo assicurativo. Questo team, che opera senza tanti trolley di consulenti, porta la Unipol verso nuovi lidi. Nella struttura dell’azionariato nell’ anno 2002 le grosse cooperative sono salde e presenti in questa maniera:
Una grossa prevalenza delle Coop di consumo (che nel 2001 avevano 3.589.718 soci , pari a circa il 70% della globalità dei soci aderenti a cooperative legate alla Lega), ma anche la presenza di Coopfond, istituto che gestisce il Fondo Mutualistico istituito con Legge 59 del 1992 alimentato dal 3% degli utili delle cooperative esistenti a cui si aggiungono i patrimoni residui delle cooperative poste in liquidazione (231 miliardi del vecchio conio dopo solo 6 anni alla sua costituzione). Un grosso soggetto economico, quindi, che alla fine del millennio cerca di realizzare il sogno Zambelliano (ricordate el prime puntate ?) della Banca al servizio della idea cooperativa. E infatti nel 1998 si parte con il controllo di Banec di cui Unipol deteneva il 16,7% e la sua conversione in Unipol Banca fino a ad arrivare, un lustro dopo, alla operazione BNL. Operazione coerente da un punto di vista storico se non fosse per quella quota azionaria detenuta da Hopa spa rappresentata dal Bresciano Gnutti e che porta l’operazione sulle cronache dei giornali.
Ma questa è una altra storia.
Oppure la stessa.
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