
La nostra storia potrebbe partire dalla fine dell’ 800, in una Italia appena nata , quando si costituisce la Federazione Nazionale delle cooperative, primo organismo ufficiale di questa istituzione. O, volendo, potrebbe anche partire da qualche secolo prima, nel ‘600, periodo in cui , in Olanda e Gran Bretagna, si crearono le prime vere e proprie compagnie di assicurazione, sistemizzando e modernizzando un modello fiorentino, genovese, già ma non ancora italiano di pratica commerciale. Tra i tanti punti di fuga per questa storia, scegliamo invece i nostri più consoni anni ’60, uno dei tanti periodi in cui il mondo cambiò. In Italia, ad esempio, si passò la fase di dopo-dopo guerra. Una fase critica per una democrazia uscita fragilissima da un ventennio di dittatura. Una fase di disillusione soprattutto da parte di chi, ha messo in gioco la sua “meglio gioventù” per un ideale di libertà. Disillusione che nasce da un rivedere vecchie facce di potere al posto di prima; persone che hanno sacrificato i propri vent’anni costretti a cambiare nazione; nel constatare, senza ombra di dubbio, che tutto è cambiato e tutto è rimasto uguale, nel rispetto della più classica concezione gattopardiana. Al di là della retorica la storia ci racconta di ex-partigiani ieri eroi e oggi fuggiaschi in Cecoslovacchia. Ci racconta di epurazioni nelle caserme e nei luoghi di gestione del potere , di simpatizzanti comunisti. Ci racconta di licenziamenti nelle fabbriche degli operai sindacalizzati. Ci racconta tutto questo, al lordo di altri approfondimenti, ma ci racconta anche, ad esempio, che tanti di questi licenziati dalle fabbriche si misero in proprio dando vita a un nuovo soggetto sociale ed economico che era quello del “padrone rosso” in contraddizione con la capacità di usare le mani e di stare sul mercato, e una impostazione ideologica per cui il denaro era “sterco del diavolo”. La nostra storia vuole partire da qui. Da Don Camillo e Peppone che Guareschi creò sui personaggi del Cardinale Lercaro e di Giuseppe Dozza, commesso di tessuti salvato da Togliatti dalle epurazione staliniste e capace di dialogare con gli avversari per trovare e attuare un progetto comune. Ma in questa storia non si parla di eroi. Chi vuole può leggersi le biografie di Giuseppe Dozza, Lercaro, Don Sturzo e Terracini e ci troverà dentro solo uomini, che oggi definiamo di altri tempi solo perchè avevano la qualità di vedere un poco più al di là dei loro nas iideologici. Uomini come ce ne sono e ce ne erano tanti. Anonimi che contribuiscono a cambiare lo stato delle cose. E tra queste cose c’è l’istituto della cooperazione. Strana storia quella della cooperazione, nata come esperienza di necessaria sopravvivenza tra povera gente, in un mondo anni luce lontano da noi. Strana storia ha questa istituzione di reietti usata come armonizzatore sociale (oggi c’è chi lo definisce collateralismo…) anche da Giolitti e persino dal Mussolini durante l’incubo di Salò.
Strana storia di un istituto legittimato dall’art. 46 della Costituzione, e da una legge che porta il nome di un cattolico, Basevi, per poi, dopo pochi anni dalla sua emanazione, essere ferocemente attaccata dall’altro cattolico Scelba. Una strana storia che proprio agli inizi degli anni ’60 ha la capacità di reinventarsi e di porre una domanda oggi più che mai attuale: è possibile fare un mercato senza rinunciare alla propria identità ?
Una simile domanda se la pose, ad esempio, Sergio Getici. Nato in una Via del Pratello non ancora Osteria-Park per i fuori sede ma ancora strada malfamata dove, calato il sole, solo puttane, ladri, pochi di buono e persone nate in “dal Pratell” potevano circolare senza problemi, operaio curioso e ambizioso che si trovò, quasi casualmente, a seguire le questioni assicurative di Federcoop e che ad un certo punto si chiese: ma perché dobbiamo dare tutti questi soldi a persone così lontane da noi mentre potremo utilizzarli per noi stessi per far crescere il movimento ? La domanda aveva più di una risposta. All’interno del movimento cooperativo esistevano ancora forti resistenze ideologiche circa l’uso del capitale e della finanza in genere. E chi le aveva superate, si trovava di fronte ad altri muri invalicabili. Le assicurazioni, ad esempio, erano cosa ben diversa da ciò che conosciamo. Nata anch’essa con spirito solidaristico, l’istituto assicurativo non poteva che essere agli antipodi di quello cooperativo per le dinamiche che lo avevano sviluppato. Già dal ‘600 con la nascita delle joint-stock (progenitrici delle attuali S.P.A.) la partecipazione economica alle Compagnie assicurative portava denaro. Tanto e subito. Il mondo assicurativo divenne così un mondo a parte, scarsamente normato e basato non sulla conoscenza del contratto ma sulla fiducia e serietà che ispirava una compagnia. Nell’ Italia del dopoguerra, dove l’assicurazione era gestita prevalentemente da compagnie che erano Italiane solo perché Trento e Trieste lo erano divenute dopo la Grande Guerra, che aveva un sistema bancario diffuso (in buona parte gestito dalle cooperative di ispirazione cattolica), che aveva una classe dirigente facilmente influenzabile, in questa Italia, l’assicurazione erano un pugno di potenti compagnie che non solo facevano mercato, ma anche le sue regole. Ecco quindi che l’approcciarsi alla materia era cosa alquanto ostica e anche chi aveva superato un atavico pregiudizio ideologico si sentiva comunque titubante e diffidente verso un mondo sconosciuto, monolitico ed elitario. L’obiezione era quindi: come può un cooperatore che, come unico capitale ha la solidarietà, competere con chi il mercato lo gestisce e controlla da decenni ? E poi sarebbe poi stata permessa questa competizione ? Infatti quando si dice che le grosse compagnie facevano mercato si intende anche che controllavano la concorrenza premendo sugli organi istituzionali perché le autorizzazioni ad esercitare l’assicurazione fossero centellinate e indirizzate secondo criteri clientelari. Logica che faceva sì che la cooperazione trovasse un fuoco di sbarramento di fronte a sé. Quest’ ultimo ostacolo, il più grosso, rappresentava anche una sorta di scusa da parte di quelle componenti della Lega delle Cooperative che non volevano impelagarsi in questa avventura.
Ma nel 1962 accade qualcosa, capita la classica “bazza”. Infatti pochi anni prima, la famiglia Boglione, proprietaria della celebre Lancia, ha seguito l’ esempio della Fiat che ha creato la SAI allo scopo di fornire un servizio suppletivo ai propri clienti. E’ infatti nata Unipol (acronimo di unica polizza) , ma i problemi di liquidità dei Boglione li convincono ad immetterla sul mercato ancor prima che avesse le autorizzazioni necessarie per operare. L’occasione è ghiotta e la caparbietà dei cooperatori bolognesi fa il resto convincendo infine i vertici della Lega delle cooperative della bontà dell’affare e duecentocinquanta cooperative acquistano il 95% delle azioni dei Boglione che, rimanendo con un 5%, garantisce il buon fine dell’iter burocratico per l’autorizzazione all’esercizio che infatti arriva nel Dicembre del 1962. La nostra storia potrebbe iniziare da qui. Da un marchio vuoto che nel Marzo del 1963 inaugura la sua prima sede in Via Indipendenza entrando in un mercato ostile e, per certi versi misterioso, accompagnato da partners non ancora del tutto convinti e solo relativamente disponibili. (continua…)
Per saperne di più: cooperazione in Emilia- Romagna segnalo l' articolo "La terra degli uomini con la capparella" di Valerio Evangelisti pubblicato su Carmilla.org
http://www.carmillaonline.com/archives/2007/03/002179.html#002179
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